Per sembrare un BIANCO…di Malcom X

Ben presto Shorty ( amico di Malcom X ) decise che i miei capelli erano abbastanza lunghi per la stiratura. Andai in un negozio di commestibili con un elenco di ingredienti che Shorty mi aveva scritto in stampatello e comprai un barattolo di lisciva marca Diavolo rosso, due uova e due patate bianche di grandezza media. Poi chiesi al droghiere che aveva il negozio vicino alla sala da biliardo di darmi un grande barattolo di vasellina, un pezzo di sapone, un pettine fitto e uno coi denti molto radi, un tubo di gomma con una testa di metallo per doccia, un grembiule e un paio di guanti di gomma.

«Volete darvi la prima stiratura?» mi chiese il droghiere.

«Proprio così!» gli risposi con una smorfia di orgoglio.

Shorty pagava sei dollari la settimana per una stanza nel cadente appartamento di suo cugino. Questi non era mai in casa.

«Ora guarda come faccio…» disse Shorty.

Sbucciò le patate e le tagliò fini fini in un vaso di vetro di quelli per conservare la frutta, poi cominciò a rimestarle con un cucchiaio di legno mentre versava lentamente più di metà del barattolo di lisciva. Dal miscuglio della lisciva con le patate venne fuori una massa gelatinosa, simile all’amido, e Shorty vi aggiunse due uova cominciando a sbattere velocemente. Teneva i suoi capelli stirati e il viso nero vicinissimi al vaso; il miscuglio cominciò a diventare di un colore giallastro.

«Metti una mano qui» disse Shorty.

Io appoggiai la mano sulla parete esterna del vaso, ma dovetti ritrarla subito.

«Proprio così, è bollente, è l’azione della lisciva» disse Shorty; «ora capisci perché ti brucerà quando ti ci pettinerò. Brucia parecchio, ma più puoi sopportarlo e più lisci ti diventano i capelli

Mi fece sedere e mi legò i lacci del grembiule di gomma strettamente intorno al collo, poi pettinò quel mio cespuglio di capelli. Prese una manata di vasellina e me la sparse sui capelli e sulla cute massaggiando con forza. Mi coprì con uno spesso strato di vasellina anche il collo, gli orecchi e la fronte.

«Quando arriverò a lavarti la testa, assicurati di sapermi dire con precisione se senti delle punture da qualche parte» mi ammonì Shorty mentre si lavava le mani, infilava i guanti di gomma e stringeva i lacci del suo grembiule. «Non devi mai dimenticare che anche una piccola quantità di questo miscuglio che ti resti sulla cute può provocare una piaga

Quando Shorty cominciò a spargermelo col pettine sulla cute, il miscuglio mi sembrò appena tiepido, ma ben presto mi parve che la testa mi prendesse fuoco. Quando mi passava il pettine tra i capelli era come se mi strappasse la pelle brano a brano. Mi vennero le lacrime agli occhi e mi cominciò a gocciolare il naso. Non ce la facevo più a sopportare il dolore e brancolavo verso il lavandino. Maledicevo Shorty con tutte le parolacce che mi venivano in mente quando lui cominciò ad azionare la doccia e a insaponarmi la testa. Mi insaponò e risciacquò forse dieci o dodici volte, ogni volta regolando il flusso dell’acqua calda fino a risciacquarmi con quella fredda. Ciò mi fu di un certo sollievo.

«Non senti pungere in nessun punto?»

«No» riuscii a dire. Mi tremavano le ginocchia.

Le fiamme ritornarono quando Shorty cominciò ad asciugarmi la testa con un asciugamano molto spesso, sfregandomi con forza i capelli e la cute.

«Piano, accidenti! Piano» continuavo a gridare.

«La prima volta è sempre la peggiore. Dopo un po’ ci si abitua. L’hai assorbito davvero bene. Ti è venuta una bella stiratura.»

Quando Shorty mi permise di alzarmi e guardarmi allo specchio, vidi che i miei capelli erano ridotti a un groviglio di stringhe che pendevano da tutte le parti. La cute mi bruciava, ma non così tanto come prima: ora potevo sopportare quel bruciore. Lui mi mise l’asciugamano intorno alle spalle sopra il grembiule di gomma e di nuovo cominciò a cospargermi i capelli di vasellina. Sentivo che mi pettinava con un deciso andamento all’indietro, prima col pettine dai denti radi e poi con quello fitto. Successivamente adoperò il rasoio, con grande delicatezza, per radermi la nuca e, per ultimo, pareggiò le basette.

Quando mi guardai nello specchio ebbi come una specie di ricompensa per tutte quelle sofferenze. Avevo visto parecchie stirature ben riuscite, ma l’effetto è sconvolgente quando, dopo un’intera vita con i capelli ricciuti, se ne vede per la prima volta l’effetto sulla propria testa. In cima alla testa mi vedevo dei capelli fitti, morbidi e lucenti di un color rosso, lisci come quelli di qualsiasi uomo bianco. Com’ero ridicolo! Ero abbastanza stupido da star lì ritto, perduto nell’ammirazione dei miei capelli che avevano l’aspetto di quelli dei bianchi, lì riflesso nello specchio della stanza di Shorty. Promisi a me stesso che non sarei mai rimasto senza la stiratura e infatti, per molti anni, mantenni quella promessa.

Quello fu davvero il primo grande passo che feci verso l’autodegradazione: sopportai tutto quel dolore, per poter far diventare lisci i miei capelli in modo che sembrassero come quelli dei bianchi. Ero entrato anch’io a far parte di quella moltitudine di uomini e donne che, in America, sono spinti con ogni mezzo a credere che i negri sono inferiori e i bianchi superiori, fi no al punto di mutilare e distorcere i loro corpi nel tentativo di sembrare «graziosi» secondo i criteri di giudizio dei bianchi.

Guardatevi d’intorno anche oggi, in ogni cittadina e in ogni metropoli e vedrete negri con i capelli stirati e donne negre che portano parrucche verdi, rosa, viola, rosse e biondo platino. Essi sono più ridicoli dei comici delle torte in faccia e tutto ciò fa venir voglia di domandarsi se il negro ha perduto completamente il senso della sua identità, della consapevolezza di sé.

Quando dico queste cose mi riferisco in primo luogo a me stesso, alla mia vergogna, perché non credo ci sia mai stato un altro negro che si è sottoposto a quel processo con maggior diligenza di quanto feci io. Parlo per esperienza personale quando dico che se tutti i negri che si stirano i capelli e tutte le negre che portano parrucche per sembrare bianche coltivassero il loro intelletto solo con metà della cura che dedicano ai capelli, sarebbero persone mille volte migliori.

Fonte: Autobiografia di Malcolm X

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Evelyne Sarah Afaawua

Imprenditrice, Web Influencer & Hair Coach. Sono ossessionata dai miei capelli. Facebook dipendente da gennaio 2014. Fondatrice di Nappytalia, la prima community in italiano sulla cura del riccio-afro, attualmente una start up di import e rivendita di prodotti naturali per i nostri capelli.

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4 Comments

  1. Lorna
    9 dicembre 2014

    Era un bel po’ che non rileggevo alcune pagine dell’autobiografia di Malcolm x .Questo libro ritengo sia un must per tutti i neri e per tutti gli africani che vivono con il mito della pelle bianca. L’estratto che hai scelto è molto efficace nel far capire a quante pene si sottoponevano volontariamente i neri per essere accettati e purtroppo anche per accettarsi. Prima la crema lisciante che si utilizzava era molto più potente e dannosa rispetto a quella che c’è ora in commercio, negli anni 40 si rischiavano veramente danni molto gravi. I prodotti di oggi saranno più sicuri ma la loro funzione non cambia, lo scopo è sempre l’omologazione a uno stereotipo.
    Sinceramente non mi sento di condannare le donne che ancora oggi usano le parrucche, a me personalmente non piacciono perché mi sembrano ingannevoli ma preferisco vedere una donna che pur avendo i capelli naturali li compre costantemente con le parrucche che una che purtroppo ancora usa le creme perché pensa che sia l’unico modo di tenere i capelli afro ordinati e facili da pettinare.

    Ma una ragazza che usa sempre parrucche pur avendo i capelli naturali, può essere considerata nappy? Io ho i miei dubbi. Volevo sentite alcuni pareri a tal proposito però!

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    • Evelyne Sarah Afaawua
      10 dicembre 2014

      Ciao @ Lorna come sempre riesci a cogliere l’essenza di cio’ che cerco di trasmettere, prutroppo le critiche abbondano e sembra veramente che stia usando un mezzo “banale” per mandare un messaggio di accettazione, ma nel momento in cui leggo questo estretto di Malcom X, rileggo tra le righe cio’ che ho vissuto anch’io involontariamente, non perche’ mi definissi in un determinato modo, perche’ questa e’ la concezione che ci viene messa in testa o tramandata dai nostri genitori, inconsciamente.
      Ti dico, quando ho cominciato, non ero molto convinta, il transitioning l’ho fatto con le treccine, ed anche i primi tre mesi (anche per motivi di lavoro) ho usato i weaves perche’ non ero convinta al 100%, poi da Gennaio 2014 fino a Novembre 2014, zero extension, ma con il freddo ho dovuto cedere 🙂
      Bella la tua domanda, la posteremo sulla pagina 🙂

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      • Lorna
        10 dicembre 2014

        Secondo me i capelli non sono un mezzo banale visto che quando si conosce una persona essi sono tra le prime cose ad essere notate.
        Credo che le cose stiano cambiando, non credo che i giovani di adesso una volta genitori faranno gli stessi errori del passato, ormai le persone sono sempre più consapevoli.
        Per quanto riguarda le extensions ci tenevo a dire che non mi riferivo ai protective styles che si fanno d’inverno o alle treccine che si fanno per alcuni periodi durante l’anno: è bello cambiare acconciatura ogni tanto, tra l’altro extensions e weaves rapresentano un ottima alternativa per mantenere le lunghezze ottenute con tanto impegno. Anche io tra l’altro conto di farmi le treccine per questo inverno quindi non potrei essere contraria ad esse!
        Le mie perplessità riguardano chi porta tutto l’anno treccine lasciando i capelli liberi al massimo qualche giorno o settimana per poi rifarsi nuovamente le treccine:-S

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        • Evelyne Sarah Afaawua
          11 dicembre 2014

          Hai ragione Lorna! Spero veramente tanto anch’io che noi seconde o terse genrazioni insegniamo ai nostri figli ad amarsi con i propri capelli 😀 Ok allora ho capito come porre la domanda sulla Pagina 😉

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