Confessioni intime di un afro… di Zamua Haleri

Rinvigorire il capello vuol dire per me rafforzare lo spirito. Mentre ci si pettina, ogni gesto diventa un rituale. Tutto diventa quasi sacro.

Per questo, avere un capello afro o decidere di mantenere i propri capelli naturali vuol dire tanto per me. Passare ore a pettinarsi, idratare e curare il capello è un modo di essere e di sentirsi. Tutto ciò può trovare radici profonde in una presa di coscienza che, forse, potrei riassumere e racchiudere in una sola frase « Io sono ! ». Tu sai cosa voglio dire.

Parlare dei miei capelli allora diventa una cosa personale e intima, non potrei farlo senza parlare di me. È in un certo senso il risultato di esperienze vissute e riflessioni maturate nel tempo.

È molto semplice : i miei capelli hanno una storia.

Tutto inizia 35 anni fà. Mia madre é sarda e bianca e mio padre burundese e nero.

Io métis, la gente pensava che mia madre m’avesse adottato nonostante la somiglianza evidente tra me e lei, ma molto spesso, come disse il Piccolo Principe, “l’essenziale é invisibile agli occhi”. Mia madre, la migliore madre che io possa augurare a chiunque, non era preparata a pettinare i capelli afro. Mio padre prendeva il suo pettine old school, ed io e mia sorella passavamo in fila per il martirio del démêlage. Quel pettine non si fermava davanti a nessun nodo… Ahi ! Erano guai. Chiudevo gli occhi e non parlavo per concentrarmi sui denti del pettine che entravano e uscivano dalla chioma senza esitazione. Con mia madre era più semplice. Lei usava una spazzola che i nodi neanche li vedeva ! E noi due fratellini potevamo anche parlare mentre ci pettinava. Tutto sommato, la cosa più facile era rasarmi, e così é stato per un po di tempo.

Poi è arrivata la cultura hip hop degli anni ‘80 e ‘90 e le cose sono un po cambiate, dalla testa rasata sono passato ai capelli squadrati.

Con gli anni mi sono accorto che sviluppavo una passione per la musica quasi maniacale, tale da poter registrare cassette intere con una sola canzone da ascoltare in continuazione senza bisogno di dover ogni volta riavvolgere la cassette con una bic !

Nella mia vita, la musica è stata déterminante per la mia crescita interiore. La pirma volta che ho cantato davanti a un publico avevo sette anni, avevo composto una canzone rap. A casa nessuno ascoltava il rap. Mio padre ascoltava spesso il jazz su Radio Rai 3. Ricordo la tromba di Louis Amstrong ma anche le voci dei Ladysmith and Black Mambazo. E poi le canzoni di Luigi Tenco, Lucio Dalla e De André.

Oggi quando ascolto la registrazione di quella prima performance, capisco che quando la musica entra intimamente nella tua vita, è destinata a lasciare un segno indelebile. Non solo ascoltare la musica ma anche crearla. Comporre e suonare è il modo più diretto e immediato per dare un senso al mondo meticcio che mi circonda e di cui faccio parte, dove la forza delle parole e la spontaneità dei suoni sono essenziali. Quando canto e suono, mi rendo conto che il senso dell’allontanamento da ciò che è stabile e fermo e il profumo del viaggio sono delle costanti quasi matematiche nelle mie canzoni.

Zamua

Da adoloscente, in cerca di un eroe, ho scoperto Robert Nesta Marley, una cassetta nel cassetto dell’ufficio di mio padre. Gliel’avevo presa senza più restituirgliela. Il primo brano era Wake up and live :

“Life is one big road with lots of signs,

So when you riding through the ruts, don’t complicate your mind

Flee from hate, mischief and jalousy

Don’t bury your thoughts, put your vision to reality”

È stato un elettroshock che ha orientato la mia vita.

Sono cresciuto in Sardegna, in una città piccola, dove il mondo si divide tra « Noi » del posto e « gli Altri » che vengono da fuori, un fuori non meno indefinito : fuori dalla città, fuori dal paese, fuori dall’isola. Per alcuni, qui il mondo finisce dove inizia il mare, il resto è il Continente. L’emigrazione di un sardo inizia al porto di Civitavecchia o di Livorno e non Oltralpe.

In questo posto, ero il figlio del signor… che viene da… ma la madre è del posto. Non ho mai avuto comunque una completa sensazione di estraneità. Si, mi sono sempre sentito a casa, ma mai completamente. Una posizione un po scomoda. In bilico tra due mondi, ho imparato l’arte dell’equilibrista per non perdere di vista il senso delle origini.

In una terra ricca e fiera della sua storia, sono cresciuto custodendo con religiosa passione ogni legame intimo con il Burundi. Mio padre, un uomo discreto e silenzioso, ha portato con sé una storia e un bagaglio culturale che ci ha lasciato scoprire senza nessuna imposizione.

Così, da bambino, in un mondo di eroi bianchi, ho sempre cercato e creato i miei punti di riferimento per costruire con determinazione il mio di mondo : sospeso tra la Sardegna e il Burundi. Da sempre ho sentito, e poi capito, che dopo il mare di Sardegna il mondo continua, e deve continuare.

In tutta la città eravamo quattro afroitaliani, io avevo un coetaneo e la gente ci scambiava, nonostante le differenze lampanti ma, ancora una volta, l’essenziale è invisibile agli occhi

Con il tempo, mi resi conto dell’esistenza delle differenze che creiamo e delle discriminazioni legate al colore della pelle.

Da piccolo, pensavo che fossimo tutti uguali, anzi non lo pensavo neanche perché era ovvio. Poi però qualcosa è cambiato.

La prima volta che ho sentito qualcuno dirmi « negro ! » ero in terza elementare. Spiazzato, ricordo di aver risposto con le parole più violente che conoscessi a quell’età. L’altro bambino davanti a me, sorpreso e ferito nel suo non so quale orgoglio, andò a lamentarsi da un adulto il quale intervenne per chiedermi con rimprovero, stupore e disapprovazione : dove hai imparato queste parolacce ? Queste parole non devi dirle !

Non mi ricordo però che l’altro bambino abbia dovuto rendere conto del suo « negro ! ». L’adulto non l’aveva, infatti, rimproverato. Qualcosa era cambiato. Me n’ero accorto, ma parlarne non sarebbe servito. Per strano pudore o per educazione, non dissi niente a casa. Prima di incontrare qualcuno che potesse capire queste cose senza bisogno di parlarne, ma semplicemente con uno sguardo, é passato un po di tempo. Certi insulti fanno parte dei souvenir di scuola, quando parlare non serviva e era meglio prendersi a colpi tra compagni.

E i capelli in tutto questo ? Fanno parte della storia, sono l’entità più forte e più bella. Una garanzia e al tempo stesso una bussola orientata dove sorge il sole. Sono sempre stato fiero dei miei capelli.

A 15 anni, decisi di far crescere i dreadlocks. Un modo in più per affermare il mio stile. Oggi può sembrare una cosa banale, ma quando sai di essere il solo con i dreadlocks in una piccola città allora tutto prende un’altra dimensione un altro colore. Poi sono iniziati i controlli d’identità e le perquisizioni per una ragione tanto banale quanto terribilmente triste, chi è diverso desta sospetto. Perché straniero o considerato tale. Mi sentivo diverso, lo ero e per me non era un problema, neanche un ostacolo. Sentivo che c’era qualcosa di più grande di me dove paure e entusiasmo si confondevano tra loro, dando vita a domande del tipo Chi sono ? Sono italiano ? Sono burundese ?

A 18 anni sono partito a Napoli per studiare la lingua swahili e storia dell’Africa all’università. Ho scelto lo studio come mezzo e non come fine. E poi é stato il tempo dei lunghi viaggi in Tanzania e in Egitto.

A 25 anni, ho lasciato l’Italia e ho continuato i miei studi orientandomi verso la sociologia delle migrazioni a Parigi. Oggi sono un musicista e il coordiantore di una ONG che interviene per fornire assistenza legale ai rifugiati.

Paradossalmente è stato questo, il momento in cui mi é parso sempre più chiaro il senso della parola afroitaliano, essere un italiano nero in una società pigra che evita ogni sforzo nel vedere e riconoscere che essa stessa sta cambiando. È stato il momento del mio big chop. I dreadlocks hanno ceduto il posto all’afro. Ho ritrovato il pettine old school di mio padre, il pettine che conosce bene i miei nodi. Gli unici segreti per i miei capelli sono il burro di karité e olio di argan.

Mi accorgo che più il tempo passa più ha senso parlare di afroitalianità, una parola nuova ma che ha il gusto di un déjà vu mille e più volte. Tutte quelle volte in cui avrei voluto rispondere alla domanda « Ma ti senti più italiano o africano? ». Tutte quelle volte in cui mi sono chiesto se avesse veramente un senso per un métis questa domanda. Tutte quelle volte che mi hanno detto « Però parli bene l’italiano. Ma di dove sei ? ».

Incontro sempre più persone della mia generazione, e delle nuove generazioni, che in diversi modi, ognuno nel suo ambito artistico, intellettuale, professionale, escono allo scoperto per creare il cambiamento di cui l’Italia ha bisogno. Prima erano in pochi ora siamo già in tanti, domani saremo un numero incalcolabile.

Quindi non chiedetemi se mi sento più italiano o più burundese perché non lo so e probabilmente non mi serve saperlo. Infatti non mi sento, semplicemente sono. Afroitaliano.

Se avete avuto piacere nel leggere la sua storia potete continuare a seguirlo:

sulla sua pagina Facebook – https://www.facebook.com/zamua

oppure ascoltare la sua musica:

http://zamua.bandcamp.com/album/litanie-ep

– My Heart : https://www.youtube.com/watch?v=li8ysJq4VIU

– I believe : https://www.youtube.com/watch?v=JFEz2zvdn40

ecco una bellissima intervista in francese/inglese: https://www.youtube.com/watch?v=xOILNbklijQ

 

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Evelyne Sarah Afaawua

Imprenditrice, Web Influencer & Hair Coach. Sono ossessionata dai miei capelli. Facebook dipendente da gennaio 2014. Fondatrice di Nappytalia, la prima community in italiano sulla cura del riccio-afro, attualmente una start up di import e rivendita di prodotti naturali per i nostri capelli.

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3 Comments

  1. Evelyne Sarah Afaawua
    16 dicembre 2014

    Grazie mille Zamua per questo bellissimo racconto!!! Molto profondo e reale, sono felice che tu abbia condiviso con tutti noi.
    Grazie veramente 🙂

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  2. khady
    17 dicembre 2014

    È stato molto bello leggere la sua storia. molto profonda e ricca di insegnamenti.

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    • Evelyne Sarah Afaawua
      17 dicembre 2014

      Guarda la prima volta che l’ho letta mi sono commossa!!! Troppo profondo 🙂

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